Sabato della settimana della IV Domenica dopo Pentecoste

Lv 21, 1a. 5-8. 10-15; Sal 97 (98); 1Ts 2, 10-13; Lc 4, 31-37

Il Signore disse a Mosè: «I sacerdoti non si faranno tonsure sul capo, né si raderanno ai margini la barba né si faranno incisioni sul corpo. Saranno santi per il loro Dio e non profaneranno il nome del loro Dio, perché sono loro che presentano al Signore sacrifici consumati dal fuoco, pane del loro Dio; perciò saranno santi». (Lv 21,5-6)

Il sacerdote ha un compito fondamentale, quello di consentire che il popolo entri in relazione con il Signore, facendo da mediatore. Per questo motivo la sua esistenza non potrà essere segnata da impurità, ma dovrà essere santa. Quella purezza è messa in evidenza già dal corpo, che non dovrà avere segni particolari.
La possibilità di portare altri al Signore si costruisce concretamente, a partire da un’esistenza nella quale ogni aspetto è curato, anche il corpo manifesta l’essere in comunione con il Signore oppure la distanza da lui. Questo invito può essere recepito da ogni cristiano, nella misura in cui tutti scoprono di poter essere testimoni nei confronti dei fratelli, mediatori che possono portare al Signore: non si tratta di parole pronunciate in momenti particolari, ma della testimonianza che viene data in ogni istante della propria vita, che passa dalla concretezza del corpo e delle azioni con esso compiute.

Preghiamo

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!

Dal Salmo 97 (98)

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