Martedì della settimana della III Domenica dopo Pentecoste

Nm 9, 15-23; Sal 104 (105); Lc 6, 6-11

Se la nube rimaneva ferma sulla Dimora due giorni o un mese o un anno, gli Israeliti rimanevano accampati e non partivano; ma quando si alzava, levavano le tende. All’ordine del Signore si accampavano e all’ordine del Signore levavano le tende, e osservavano le prescrizioni del Signore, secondo l’ordine dato dal Signore per mezzo di Mosè. (Nm 9,22-23)

È facile dare una interpretazione banale del cammino di Israele nel deserto: considerare la nube, che manifesta la presenza del Signore, come qualcosa di automatico, che determina i momenti nei quali il popolo può avanzare oppure deve rimanere fermo, come se si trattasse semplicemente di un’indicazione imprevedibile, quasi come i semafori contemporanei.
La presenza del Signore non è questo, ciascuno può sperimentare nella propria esistenza che la possibilità di camminare o sostare insieme a lui è ben di più: l’immagine della nube indica la possibilità di una vita piena, nella quale il cammino è sempre comunitario, dove ogni persona trova la propria unità con le altre nella misura in cui definisce la propria azione a partire dal confronto con il Signore, agendo liberamente nella condivisione del cammino.

Preghiamo

Fece uscire il suo popolo con argento e oro;
nelle tribù nessuno vacillava.
Quando uscirono, gioì l’Egitto,
che era stato colpito dal loro terrore.
Distese una nube per proteggerli
e un fuoco per illuminarli di notte.

Dal Salmo 104 (105)

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