Mercoledì della settimana della III Domenica dopo Pentecoste

Nm 10, 33 – 11, 3; Sal 77 (78); Lc 6, 17-23

Ora il popolo cominciò a lamentarsi aspramente agli orecchi del Signore. Li udì il Signore e la sua ira si accese: il fuoco del Signore divampò in mezzo a loro e divorò un’estremità dell’accampamento. Il popolo gridò a Mosè; Mosè pregò il Signore e il fuoco si spense.  (Nm 11,1-2)

Essere stati liberati dalla schiavitù dell’Egitto non è sufficiente per vivere per sempre il dono ricevuto. Si tratta di fare esperienza piena del rapporto con il Signore, di scegliere giorno per giorno di camminare alla sua presenza.
Durante il cammino nel deserto accade al popolo di ribellarsi, perdendo la fiducia che davvero si possa arrivare alla terra promessa, rifiutando la fatica necessaria per raggiungerla. La reazione del Signore a quella mancanza di fiducia e di volontà è assai forte; la sua ira, motivata dalla delusione per chi non riconosce la possibilità di vivere davvero in libertà, si trasforma in una reazione violenta. Si tratta, ancora una volta, di una presenza concreta, che non prende le distanze dal popolo, ma intende smuoverlo con decisione. È allora ancor più significativo notare l’effetto provocato da quella reazione: il popolo si rivolge a Mosè perché costui possa intercedere presso il Signore. Un primo passo per ricostruire la fiducia e per scoprire che il Signore non è distante, ma addirittura revoca la sua ira.
Ciascuno può vivere la stessa dinamica, lasciando che la presenza del Signore nella sua esistenza – anche quando comporta fatica, anche quando segnala le proprie deviazioni – diventi occasione per tornare a vivere scegliendo di impegnarsi per la libertà.

Preghiamo

Perciò il Signore udì e ne fu adirato;
un fuoco divampò contro Giacobbe
e la sua ira si levò contro Israele,
perché non ebbero fede in Dio
e non confidarono nella sua salvezza.

Dal Salmo 77 (78)

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