V Domenica di Pasqua

At 10,1-5.24.34-36.44-48a; Sal 65; Fil 2,12-16; Gv 14,21-24

Vi era a Cesarèa un uomo di nome Cornelio, centurione della coorte detta Italica. Era religioso e timorato di Dio con tutta la sua famiglia; faceva molte elemosine al popolo e pregava sempre Dio. Un giorno, verso le tre del pomeriggio… (At 10,1-3a)

Come Cornelio allora, ancora oggi ci sono uomini e donne che cercano Dio con cuore sincero, lungo strade differenti e percorsi religiosi diversi e con cuore aperto verso gli altri. E, come per Pietro e la prima comunità cristiana, può accadere anche al nostro essere Chiesa oggi di dubitare delle possibilità nuove a cui l’evangelizzazione ci apre, sospettando della vicinanza possibile con i “centurioni romani” del nostro tempo. Perché porre limiti allo Spirito di Dio? Perché pensare che non ci siano le condizioni perché la Buona Notizia possa far breccia nel cuore di altri? Perché pensare di non poter lasciare uno spiraglio a quella luce che vuole poter raggiungere tutti? C’è un’ora in cui lo Spirito di Dio può sorpassare le nostre aspettative e vincere le nostre paure: quelle «tre del pomeriggio», l’ora della Vita donata sulla croce, l’ora in cui un altro centurione si apre a riconoscere la presenza del Divino, sono invito a mai disperare della forza persuasiva del messaggio di Gesù, in ogni tempo, comunque, nonostante noi e le nostre titubanze.

Preghiamo

Signore, chi abiterà nella tua tenda?
Chi dimorerà sulla tua santa montagna?
Colui che cammina senza colpa,
pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore.

(Sal 15,1-2)

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