Mercoledì della III settimana di Pasqua

At 6,1-7; Sal 32; Gv 6,1-15

Aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli. (At 6,1-2a)

Da una parte c’è da riconoscere la capacità organizzativa della prima comunità cristiana, in grado di articolare un’assistenza quotidiana a chi più era in difficoltà. Dall’altra non si può non scuotere la testa di fronte alla fragilità che anche i primi cristiani manifestano: non c’è uguale attenzione per tutti, e la lamentosità serpeggia rapida tra i membri della comunità. Abbiamo fatto dei passi avanti, noi? Siamo capaci, nel nostro cammino di Chiesa, di disegnare scenari più ampi di solidarietà, di solarità, di coraggioso investimento verso il meglio che possiamo far emergere, di costante lotta contro la reiterata lamentosità che abita i nostri discorsi e le nostre valutazioni? I Dodici cercano strade percorribili, convocano la comunità dei discepoli, fanno una scelta. In verità sembra che decidano loro, senza una reale consultazione sinodale; ma «piacque questa proposta a tutto il gruppo», e così il Vangelo poté riprendere la sua corsa. Può insegnarci qualcosa?

Preghiamo

Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
ricamato nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi;
erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati
quando ancora non ne esisteva uno.

(Sal 139,15-16)

 

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