Daniela de Robert, componente del collegio del Garante dei diritti dei detenuti: «Il carcere è la parte ferita e sfigurata del nostro corpo sociale, ma appartiene a tutti noi»

di Giovanna Pasqualin Traversa
Agensir

carcere

Una strage silenziosa: dall’inizio dell’anno sono 74 i suicidi in carcere. L’ultimo il 7 novembre, a Udine; il penultimo a Termini Imerese. «Continueranno ad aumentare», dice Daniela de Robert, componente del Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.

Tra i momenti più delicati l’ingresso e l’uscita dal carcere. E poi quella che viene definita la «detenzione sociale». L’esperta non ha dubbi: «C’è bisogno di più attenzione alle persone. Il carcere è la parte ferita e sfigurata del nostro corpo sociale, ma appartiene a tutti noi». Nei giorni scorsi il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha visitato gli istituti di Regina Coeli e Poggioreale, scelti come simboli dell’emergenza affermando di voler così dare «un segnale di attenzione» e di voler «migliorare le condizioni di vita di tutta l’amministrazione penitenziaria e dei detenuti».

Dottoressa de Robert, come si spiega il numero impressionante dei suicidi?
Da sempre il mondo del carcere è caratterizzato da grande sofferenza e da un tasso di suicidi più alto che non nel mondo libero, ma nell’ultimo anno si è registrato un notevole incremento. Non è semplice individuarne le cause, ma esistono situazioni a rischio come il momento dell’ingresso o dell’uscita. Nel primo caso l’impatto con una realtà dura, reso ancora più aspro dalla fase iniziale di isolamento precauzionale richiesta dal Covid per evitare il rischio di positività e quindi di diffusione dell’infezione, si accompagna con l’idea di entrare in un mondo abbandonato da tutti, un buco nero nel quale si viene inghiottiti. Ma un elevato numero di suicidi si registra anche a ridosso della scarcerazione, quando si arriva al fine pena con scarse prospettive di futuro e il timore di non essere riaccolti nella società.

Chi sta per uscire teme di trovarsi di fronte il vuoto?
Sì. Se il carcere non prepara a rientrare nella società diversi da come vi si è entrati e attrezzati per affrontare la vita fuori, ha tradito la sua funzione. Ma anche la realtà “fuori” deve cambiare. Se si apre il portone blindato ma rimane chiusa a tutti i livelli la porta della società, chi esce dal carcere non trova una casa, un lavoro, una relazione e vede spalancarsi davanti a sé una fossa. Un gesto estremo come il suicidio è difficilmente sondabile, ma è innegabile questo senso di vuoto nel quale si ha paura di sprofondare. Del resto, fin dall’ingresso in carcere si avverte la sensazione di essere espulsi dalla collettività.

La società civile appare infatti lontana e poco interessata a quanto avviene negli istituti di pena…
Il carcere non è un qualcosa di avulso dal corpo sociale, gli appartiene, ma oggi sconta indifferenza e muri invisibili. Eppure, senza il coraggio di guardarsi allo specchio includendo anche questa sua parte ferita e sfigurata, la società resterà monca e incapace di autocomprensione.

Si può tracciare un identikit dei detenuti più vulnerabili?
In carcere finiscono molte persone senza dimora e socialmente fragili; fragilità che dovrebbe essere intercettata sul territorio prima che intervenga il diritto penale, misura molto dura – tra l’altro anche molto costosa – che dovrebbe intervenire solo laddove altre strade abbiano fallito. La cosiddetta “detenzione sociale” è un segnale dell’assenza del “fuori”, di altre istituzioni e realtà che dovrebbero intercettare le fragilità, sostenerle e affiancarle. Quando questo disagio si trasforma in reato più o meno grave – e penso al suicida che aveva rubato le cuffiette per il telefonino qualche giorno fa – è chiaro che il carcere non potrà che portare all’estremo questa condizione.

Le misure alternative potrebbero essere uno strumento di prevenzione?
Sì, ma tenga presente che pur avendo una condanna inferiore ad un anno, dunque per reati non di grande allarme sociale e che prevedono la possibilità di scontare la pena in misure alternative, circa 2000 persone finiscono in carcere perché dispongono solo di una difesa d’ufficio poco effettiva e non hanno una rete che offra garanzie al magistrato, ad esempio una casa dove stare. Chi sta scontando una pena avverte uno stigma che gli rimarrà a vita e purtroppo il Covid ha svuotato gli istituti della presenza importantissima di volontariato, cooperative, associazioni, enti locali. Un’attività interrotta, che fatica a riprendere ma molto preziosa perché dove si offrono opportunità il clima cambia.

Lo scorso 7 agosto il Dap ha annunciato nuove linee guida per rafforzare l’attività di prevenzione suicidi anche attraverso una task force multidisciplinare con il compito di monitorare situazioni a rischio e cogliere campanelli d’allarme…
Sono entrati mediatori culturali, stanno arrivando altri funzionari giuridico-pedagogici. Di fronte al diffuso disagio psicosociale e comportamentale c’è un grande bisogno di psicologi. Se mancano queste risorse aumentano disagio, rabbia e rischio suicidario. La vera prevenzione richiede attenzione alla persona e offerta di opportunità e prospettive di futuro: oltre alla scuola anche teatro, artigianato, attività lavorative, ma non solo pulizie o distribuzione del vitto. Occorre far entrare imprese e altre forze esterne nell’ottica dell’appartenenza di cui parlavo prima: quel pezzo di città rinchiuso tra le mura di cinta è un pezzo del mio territorio come l’ospedale o la Rsa, e come tale mi interessa.

Il Papa, nel suo ultimo incontro pubblico in Barhein, ha esortato a prendersi cura dei detenuti perché «da come si trattano gli ultimi si misura la dignità e la speranza di una società»…
In questo modo Francesco dice: «Voi non siete altro da me; siete lì perché avete commesso degli errori». Ma l’uomo non è solo il suo errore e qui entra in gioco il tema della responsabilità: i detenuti devono essere accompagnati in un percorso di responsabilizzazione a guardare in faccia la colpa commessa; un passaggio importante per un ritorno positivo nella società, altrimenti il rischio è che finiscano soltanto per sentirsi “vittime” della durezza del regime carcerario.

In questi giorni vengono riportati dalla cronaca anche episodi di aggressione degli agenti di custodia…
Il corpo di polizia penitenziaria si trova in prima linea, talvolta privo di strumenti per affrontare situazioni complesse che richiedono interventi multidisciplinari. Occorre certamente maggiore collaborazione tra amministrazioni penitenziaria e sanitaria, ma è necessario lavorare dentro e fuori dal carcere per costruire e tutelare una cultura del rispetto dei diritti di tutte le parti nella consapevolezza che il carcere appartiene a tutti e i suoi abitanti, pur con i loro errori, sono parte della nostra collettività.

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