L’uscita di Gheddafi dopo 40 anni di regime e un futuro tutto da costruire. Anche l’Italia dovrà giocare il proprio ruolo

di Riccardo MORO

Libia

È il finale di partita. Lo avevamo scritto a febbraio: la fine di Gheddafi è certa, ignoto è solo quanto sangue costerà l’agonia. Oggi si combatte a Tripoli e il colonnello è fuggito con i figli che gli sono rimasti fedeli. Gioca ancora con comunicati radiofonici per illudere ancora chi spara nel suo nome a Sirte e non ha altre informazioni, ma sa di essere alle battute finali. La Libia è un lago di sangue. Proviamo, con pena, a ordinare due pensieri in questi momenti ancora confusi.
Iniziamo dalle responsabilità. Gheddafi è un leader autoreferenziato e sanguinario, lo sappiamo e lo scriviamo da anni. Inutile ricordare ancora una volta il suo ruolo nell’appoggio del terrorismo, il sangue di Lockerbie, la spregiudicatezza dei suoi cambi di campo, la crudeltà con gli oppositori… Non stupisce la violenza di questi mesi. Il colonnello avrebbe potuto fare un passo indietro, trattando un esilio sicuro o una pensione dorata, come fece Pinochet in Cile, ma ha preferito il gioco al massacro pensando di non avere scelta. Troppo grande il rancore seminato in tutto il mondo nei quarant’anni di regime ha, troppo alto il rischio di essere ucciso una volta perso il potere.
La comunità internazionale poteva evitare il bagno di sangue? Anche questo abbiamo già scritto, intervenire subito per far rispettare la no fly zone, subito dopo i primi bombardamenti aerei su Bengasi, quando i primi due piloti libici disertarono fuggendo a Malta perché si rifiutavano di bombardare i loro stessi compatrioti, avrebbe fatto durare meno l’agonia del regime. Gli insorti erano già a Tripoli, senza avanzate, ma per la naturale adesione della popolazione al fronte degli oppositori. Le esitazioni hanno dato campo libero a Gheddafi che invertì l’equilibrio portando le truppe fedeli e mercenari alle porte di Bengasi. La risoluzione Onu è arrivata a situazione degenerata. L’intervento militare degli ‘alleati’ è stato così molto più violento e più lunga l’agonia.
Vi è un terzo ordine di responsabilità, oltre a quella del leader sanguinario e a quella indiretta delle esitazioni internazionali: la responsabilità di chi ha protetto Gheddafi sino a ieri. Esattamente un anno fa il “Re dei re dell’Africa” come amava farsi definire, veniva accolto a Roma con tutti gli onori, in un tripudio di buffonate e ragazze a pagamento. Il governo italiano gli offrì, unico al mondo, una vetrina internazionale per legittimare ancora la sua leadership pesantemente contestata in patria. Tuttora ci si chiede perché abbiamo dovuto assistere a quella pagliacciata e perché il premier italiano, quando era importante segnalare al leader libico la compattezza del giudizio europeo di fronte ai primi spari contro i manifestanti a febbraio, abbia affermato di “non voler disturbare”. La politica internazionale non è un gioco: l’accoglienza italiana è stata usata da Gheddafi per zittire gli oppositori mostrandosi autorevole, capace di tutelare gli interessi nazionali e umiliare gli antichi nemici. Abbiamo dato ossigeno al suo potere, un potere che non da oggi gronda sangue.
Il secondo pensiero riguarda il futuro. Parte del governo transitorio si avvale del consenso di ex membri del regime e la composizione sociale ed etnica della Libia è particolarmente varia. Se l’apertura di un dialogo di ricomposizione nazionale in febbraio avrebbe potuto contare sul comune desiderio di democrazia, oggi pesano i diversi ruoli militari giocati dalle tribù in questi mesi. Il governo transitorio ha gestito la rappresentanza del paese all’estero, ma non sappiamo quando possa durare il suo consenso una volta insediato a Tripoli. Qualche speranza può venir dalla imminente Conferenza di pace proposta da Obama e Sarkozy a Parigi, purché il tutto avvenga sotto l’egida dell’Onu. Molti leggono la Conferenza come un mettere le mani sul petrolio da parte di chi ha guidato l’intervento militare. Non è solo questo. Si immagini quale potrebbe essere l’esito di un processo non governato in un panorama nel quale da sei mesi si spara e si regolano conti antichi di quaranta anni, mentre l’Iran è attivissimo nelle ultime settimane a cogliere ogni occasione per ‘adottare’ parte degli insorti. In questo quadro occorre mantenere attivo il più possibile il quadro multilaterale e accompagnare i processi evitando di gareggiare a chi si assicura i rapporti bilaterali migliori.
Infine una preoccupazione. Quale pace sarà possibile? Il sangue la rende difficile, ma senza riconciliazione non c’è futuro. Troppo spesso abbiamo assistito a liberatori che si sono trasformati in nuovi tiranni. La riconciliazione ha bisogno di tempo, ma anche di evitare attese inutili che alimentano o cristallizzano il rancore. Se un ruolo può giocare il nostro paese è proprio qui. Si eviti la corsa sui contratti commerciali e si inviino gli attori competenti della società civile a promuovere percorsi di riconciliazione e dialogo. E’ possibile e nel tempo paga più, anche economicamente, che fare la gara a chi ha più muscoli coi cugini francesi.

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