Secondo intervento della triade dedicata ai «Tre gesti dell'annuncio». Pubblichiamo la presentazione a cura della Pastorale liturgica e la monizione che sarà letta nelle chiese

a cura del SERVIZIO PER LA PASTORALE LITURGICA

Lezionario

Nella liturgia della parola i testi delle Sacre Scritture giungono all’orecchio, alla mente e al cuore dei fedeli grazie all’atto della loro proclamazione. Parliamo di «proclamazione» e non di semplice «lettura», perché le pagine bibliche riportate nel Lezionario (o nell’Evangeliario) risuonano pubblicamente in mezzo all’assemblea in una cornice di gesti rituali altamente significativi: la salita all’ambone, la richiesta e la recezione della benedizione sacerdotale, l’enunciazione dell’intestazione, e, al termine, l’invito al rendimento di grazie e alla lode.

L’ambone (dal greco ana-baino, salgo su) è un luogo stabile, sopraelevato, ben visibile e rivolto verso l’assemblea per permettere l’annuncio della parola nella migliore condizione di udibilità e di visibilità. La sua presenza stabile, simile a quella dell’altare, sta a indicare la forza della parola di Dio che nutre la Chiesa nel suo cammino incontro a Cristo e che ripropone per noi oggi, attraverso la proclamazione liturgica, l’annuncio della risurrezione fatto alle donne il mattino di Pasqua. L’originario rimando simbolico alla pietra rotolata via dal sepolcro, dalla quale l’angelo diede il primo annuncio pasquale alle donne, chiede che non venga risolto in un semplice leggio, ma s’imponga per una certa monumentalità e bellezza. Ne consegue che l’ambone non è disponibile per ogni tipo di comunicazione orale, compresi gli avvisi a fine messa, ma solo per proclamare la parola, guidare il canto o la recita del Salmo responsoriale, tenere l’omelia e proporre le intenzioni della preghiera dei fedeli.

La benedizione del lettore (propria del rito ambrosiano) e del diacono (o del sacerdote, nel caso presieda il vescovo) fa dei loro rispettivi compiti ministeriali delle azioni sacre, cioè sorrette dalla grazia di Cristo e rese efficaci dal soffio potente dello Spirito Santo. Inoltre, quando accoglie la benedizione del sacerdote, chi legge si dispone a farlo a nome della Chiesa e per suo incarico, superando così la tentazione di mettere in mostra se stesso e la propria abilità.

L’intestazione [ad es.: Lettura del profeta Isaia (rito ambrosiano) / Dal libro del profeta Isaia (rito romano)] indica la provenienza della pericope nell’ambito del complesso della rivelazione cristiana, aiutando i fedeli a familiarizzare con la pluralità e la diversità dei libri biblici che costituiscono l’insieme dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Da ultimo, l’invito al rendimento di grazie e alla lode (Parola di Dio / Parola del Signore) al termine della proclamazione, seguito dall’acclamazione dell’assemblea (Rendiamo grazie a Dio / Lode a te, o Cristo), attiva la partecipazione dei fedeli a venerare come autentica «parola di Dio» che opera nella vita dei credenti (cfr. 1Ts 2, 13), la parola umana che è risuonata ai loro orecchi.

Alla proclamazione concorrono diverse ministerialità, in riferimento ai vari momenti dell’annuncio. Il Vangelo, che sta nel punto culminante della liturgia della parola, è sempre annunciato dal diacono o dal sacerdote (presbitero e vescovo) che, in forza della loro ordinazione, sono il segno di Cristo che ammaestra i suoi fedeli. La (prima) Lettura e l’Epistola, che precedono la proclamazione del Vangelo, sono affidate ad alcuni fedeli laici, uomini e donne che, in forza della loro dignità battesimale, sono incaricati di svolgere il servizio del lettore. Il Salmo, che di solito segue la (prima) Lettura, chiama in causa il salmista, uomo o donna che, competente anche nel canto, ha l’incarico di guidare la «risposta» orante (responsoriale) di tutta l’assemblea. Spesso, nelle nostre liturgie eucaristiche, è lo stesso lettore della (prima) Lettura a svolgere anche il servizio del salmista. La cosa non è del tutto positiva, perché nel linguaggio dei segni liturgici viene a mancare l’alternanza tra colui che porge la parola in nome di Dio (il lettore) e colui che guida la risposta orante, a nome dell’assemblea dei fedeli. Là dove, come nella liturgia della parola, si instaura un vero dialogo tra Dio e il suo popolo, è infatti necessario che appaia chiaramente il segno liturgico dei due distinti soggetti dialoganti, il lettore, portavoce di Dio; il salmista, portavoce dell’assemblea dei fedeli.

Per compiere bene un ministero della parola, insieme alla crescita spirituale va curata la qualità tecnica del servizio; chi legge davanti all’assemblea, da un lato, deve farsi egli stesso «uditore della parola» che annuncia, dall’altro, deve affinare l’arte del leggere in pubblico, affinché il messaggio del testo proclamato giunga ai suoi destinatari nel migliore dei modi. Per questo è bene che, in ogni parrocchia, i lettori siano presentati alla comunità in modo ufficiale dopo un cammino di formazione spirituale e tecnico-vocale, grazie al quale prendano consapevolezza del valore e della bellezza del compito loro affidato, unitamente alla responsabilità e all’impegno che esso comporta.

 

 

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