L'esito del referendum sanciva il tramonto della monarchia dei Savoia e l'inizio della fase repubblicana per il nostro Paese. Una vittoria netta, ma non trionfale. Lo storico Alfredo Canavero spiega cosa avvenne in quei giorni

repubblica

di Luca FRIGERIO

Il 2 giugno 1946 l’esito del referendum istituzionale sanciva la nascita della repubblica e il tramonto della monarchia che aveva retto l’Italia, a partire dall’unità nazionale, per quasi un secolo.

Mentre i Savoia pagavano con l’esilio la loro connivenza con il regime fascista, l’elezione dell’Assemblea costituente rappresentava l’inizio di una nuova era nella storia moderna del nostro Paese.

Alfredo Canavero, che ha insegnato per oltre quarant’anni storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano, spiega cosa avvenne in quei giorni.

Il 54,3 per cento degli italiani votarono per la repubblica: un successo, ma non un trionfo. Per quali motivi la vittoria repubblicana non ebbe dimensioni più ampie?
Tutte le regioni dell’Italia meridionale si espressero a favore della monarchia. Questo perché nel Sud del Paese non si ebbe, anche durante gli ultimi anni di guerra, il senso di una rottura della continuità istituzionale. Anche la caduta del fascismo, infatti, fu vista semplicemente come il passaggio da un governo ad un altro, e l’Italia meridionale si sentì “regno” in pratica fino al giugno 1946. Diversa, invece, era stata l’esperienza dell’Italia centro-settentrionale, dove la costituzione della Repubblica di Salò aveva interrotto la “presenza” monarchica, e dove la guerra di Resistenza e la lotta di Liberazione dai nazi-fascisti avevano creato ben altra consapevolezza. A tutto questo si deve aggiungere che per molti, in quei giorni, il concetto di repubblica appariva un po’ come sinonimo di confusione, di ulteriore incertezza: un salto nel buio verso un’esperienza nuova e ignota.

Di fatto, dunque, gli elementi più conservatori del Paese scelsero di preferenza la monarchia, quelli più progressisti votarono per la maggior parte per la repubblica…
Sì, pur con le debite eccezioni, è questo quello che avvenne. Proprio per questo, la forza politica che si trovò nella situazione più delicata alla vigilia della consultazione fu la Democrazia Cristiana, perché essa poggiava su un elettorato che nel meridione era tendenzialmente filo-monarchico, mentre al Nord era dichiaratamente a favore della repubblica. Questo è anche il motivo per cui Alcide De Gasperi, allora presidente del Consiglio, preferì attribuire la scelta istituzionale ad un referendum popolare e non all’Assemblea costituente – come invece in un primo momento si era pensato di fare -, per evitare una drammatica spaccatura nel partito democratico cristiano.

De Gasperi, infatti, fece in modo che la DC lasciasse ai suoi sostenitori libertà di scelta tra monarchia e repubblica.
Avvertendo, però, che, a seguito di un referendum interno tra gli iscritti al partito, la maggioranza si era pronunciata a favore della repubblica. E la Democrazia cristiana fu l’unico partito a lasciare questo libertà di scelta, poiché tutte le altre forze – ad eccezione del Partito liberale, dichiaratamente monarchico – invitarono a votare per la repubblica.

Quale fu l’atteggiamento del mondo cattolico, in generale, di fronte alla scelta istituzionale?
Rifacendoci a quel periodo non ha senso fare una divisione netta tra “italiani” e “cattolici italiani”. Nel mondo cattolico vi erano esattamente le stesse tensioni, gli stessi dubbi, le stesse incertezze che esistevano nel resto del Paese. Ciò nonostante, ufficialmente la Chiesa italiana non volle dare indicazioni precise su cosa votare al referendum, ed ebbe un atteggiamento molto prudente. L’impressione, però, è che mentre gli alti gradi della gerarchia ecclesiastica fossero tendenzialmente a favore della monarchia, il basso clero, invece, condivise in gran parte – soprattutto al Centro e al Nord – la scelta repubblicana.

Quelle del 2 giugno 1946 furono anche le prime elezioni a suffragio universale. Quale fu il significato e il peso del voto delle donne?
Il voto delle donne fu indubbiamente importante per rafforzare il peso del mondo cattolico, e in particolar modo assicurò il successo alla Democrazia Cristiana. Ma quel che più conta, è che quelle consultazioni furono una grande prova di maturità democratica e civile, poiché l’Italia veniva da vent’anni di dittatura fascista in cui vi erano state solo un paio di elezioni di tipo plebiscitario. Eppure non vi furono nè brogli, nè incidenti di una qualche gravità.

Ma i risultati delle elezioni politiche furono una sorpresa o una conferma?
Che la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista e il Partito Socialista di unione proletaria avrebbero avuto un consistente successo lo si poteva immaginare, anche perché nei mesi precedenti vi erano state delle tornate amministrative che erano servite da test significativo. Fu comunque una sorpresa vedere che questi tre partiti insieme raggiungevano circa il 75 per cento dei voti, il che significava la scomparsa dei partiti prefascisti ed elitari, anche di quello liberale che pur in passato aveva avuto un consistente seguito popolare. L’altra sorpresa fu che il secondo partito non fu quello comunista, come invece ci si sarebbe atteso, ma quello socialista. E questo pesò nelle successive scelte del PCI, fino alla decisione di presentarsi insieme ai socialisti nel ’48.

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