VIA CRUCIS Zona pastorale VII, Cassina de’ Pecchi - 3 marzo 2023

  1. Non si aspettano niente.

Camminavano adagio. Come quando si va verso le tombe. Senza fretta. I morti non perdono la pazienza.

Si va in fretta e persino di corsa, quando c’è una persona da incontrare, un evento al quale partecipare.

Vanno di fretta coloro che sono convinti che chi arriva dopo ci perde qualche cosa

Camminavano lentamente. Forse scambiavano qualche parola ricordando un fatto, un detto, uno sguardo e una attenzione di Gesù. Però tutto è finito. Quello che è stato è stato. Non si aspettano niente. Tengono il volto chinato a terra. Vicino a un morto ogni presenza, ogni movimento mette un po’ di paura. Non ci si aspetta nessun segno di vita.

Ecco: alcuni pensano che la vita sia tutta lì. Andare piano piano verso la morte, scambiare qualche parola per ricordare qualche cosa, qualcuno, chiacchierare un po’ perché il silenzio è imbarazzante. Non aspettarsi niente.

Così cammina talora l’umanità: corre, corre per arrivare per prima, corre, corre per non perdere l’occasione di uno spettacolo, di un guadagno, di un primato, corre, corre per non arrivare tardi. Ma quando si avvicina al discorso, allo spettacolo, al rito della morte, cammina lentamente. Non si aspetta niente.

Tengono lo sguardo rivolto a terra: non c’è niente da vedere, niente da desiderare. L’umanità frenetica e ambiziosa, quando si mette in cammino verso l’ultima destinazione, cammina adagio e non si aspetta niente.

Non ci resta che la rassegnazione. Il distillato della sapienza umana in fin dei conti è una bevanda amara, inebriante, un elisir di disperazione.

 

  1. Quello che non ti aspetti.

Nel grigiore della rassegnazione si presentano due uomini in abiti sfolgoranti. Matteo e Giovanni dicono di due angeli. Ma Marco parla di un giovane (Mc 16,5).

Sono angeli: portano un messaggio.

È un giovane: ha qualche cosa da dire che ancora non è stato detto.

Sono vestiti di luce: la tenebra non è l’ultimo destino.

Chi li incontra rimane turbato: se metti in discussione il mio pregiudizio mi dai fastidio, mi fai paura.

 

  1. Ci aspettiamo uno stupore.

Forse anche i cristiani sono come tutti: camminano adagio e hanno lo sguardo a terra. Non si aspettano niente.

Ma l’inaspettato ti sorprende, di inquieta, scuote la testardaggine della tua rassegnazione. È una parola giovane, anzi una parola nuova, un messaggio sorprendente.

La parola giovane, anzi nuova è l’annuncio che i giovani sono convocati a Lisbona in estate per la Giornata Mondiale dalle Gioventù. C’è un evento che convoca i giovani d’Europa. Loro andranno viaggiando in fretta, andranno cantando, andranno insieme. A Lisbona incontreranno un uomo vecchio, che cammina con fatica, Papa Francesco.

Ma il vecchio Papa ha una parola di fuoco da consegnare ai giovani d’Europa e noi ci aspettiamo uno stupore. Hanno un messaggio da portare, hanno un fuoco da accendere. Che cosa diranno a quelli che camminano adagio verso il sepolcro, malati di rassegnazione e di malinconia, di bei ricordi e di chiacchiere di desolazione?

Diranno: vecchia Europa, Europa rassegnata a morire, alza lo sguardo, il tuo Signore è vivo!

Diranno: perché cercate tra i morti colui che è vivo?

Diranno: Gesù è vivo! Noi lo abbiamo incontrato e l’abbiamo riconosciuto allo spezzare del pane!

Per voi adulti, per voi vecchi, per te Europa senza speranza e senza bambini, è il momento di svegliarti dalla tua rassegnazione, di vincere le tue paure, di lasciarti stupire dalla promessa della vita nuova.

I giovani saranno quegli uomini vestiti di luce che attendono le donne là dove la morte è stata vinta e diranno: “Andate e parlate di colui che è vivo e dà la vita; andate ad annunciare ai rassegnati che la pietra pensate è stata rovesciata e c’è una vita libera, lieta, che percorre la terra e chiama alla vita, alla gioia, alla libertà”.  Dai giovani ci aspettiamo lo stupore che rinnova la Chiesa. 

Ti potrebbero interessare anche: