L’ultima sessione del Consiglio presbiterale diocesano dedicata alle figure di lettori, accoliti e catechisti. Profili da promuovere per superare impostazioni clericocentriche e ridisegnare il volto della comunità cristiana

di Cristiano Passoni

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Al Centro pastorale di Seveso il 21 e 22 novembre si è svolta la IV sessione del XII mandato del Consiglio presbiterale diocesano, sul tema dei ministeri istituti.

Le fonti

Come è noto, la questione è stata riproposta recentemente in maniera autorevole da papa Francesco in due lettere apostoliche in forma di Motu proprio: la prima, Spiritus Domini, del 10 gennaio 2022 (leggi qui), circa l’ammissione delle donne al ministero istituito del lettorato e dell’accolitato; la seconda, Antiquum ministerium, del 10 maggio 2021, circa l’istituzione del ministero del catechista (leggi qui). A esse ha fatto seguito una Nota della Conferenza episcopale italiana del 5 giugno 2022 (I ministeri istituiti del lettore, dell’accolito e del catechista per le Chiese che sono in Italia), nell’intento non solo di recepire gli interventi di papa Francesco, ma anche di «inserire il tema dei “ministeri istituiti” all’interno del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, in modo che possa diventare anche un’opportunità per rinnovare la forma Ecclesiae in chiave più comunionale» (leggi qui).

Nella sessione il tema è stato affrontato in un dibattito intenso e condiviso, a partire da un testo offerto dalla commissione preparatoria e discusso in gruppi minori attorno a quattro articolazioni:
1) Il discernimento dei candidati ai ministeri;
2) La formazione allo svolgimento dei ministeri;
3) I rapporti dei ministri istituti con il contesto ecclesiale e civile;
4) Prospettive future dei ministeri istituiti.

Una fecondità da sviluppare

La percezione complessiva dalla discussione comune è stata l’accorgersi di essere di fronte a una prima istruzione della questione, anche se per alcuni versi si tratta di un’esperienza che è fiorita nella nostra Chiesa con grande intensità da quasi cinquant’anni. Si è infatti osservato da più parti che la ministerialità si è sviluppata in modo fecondo a lato di una sua promettente lettura ecclesiale, come di una realtà che è fiorita e ha accompagnato il vissuto ecclesiale, lasciando una domanda che, tuttavia, non è stata adeguatamente raccolta. Pertanto, l’invito offerto dal Papa per una ripresa di questo dono, diventa oggi l’occasione per un ripensamento ecclesiale più ampio.

Non solo forze nuove

In questa luce il lavoro del Consiglio ha evidenziato almeno una convinzione e una domanda da raccogliere. La convinzione è che il tema dell’istituzione di ministerialità laicali potrebbe essere l’occasione per mettere al centro la comunità cristiana e superare una prospettiva cleri-cocentrica. L’auspicio per assumerla e valorizzarla sarebbe il passaggio da una semplice richiesta di collaborazioni, quale copertura di una varietà di bisogni immediati, a una comunità capace di leggere il proprio vissuto nello Spirito, le proprie esigenze e le proprie potenzialità. Come ha detto l’Arcivescovo nell’intervento finale, il rischio è interpretare e risolvere il bisogno di questa stagione nel solo impegno a trovare nuove forze, per supplire alla mancanza del clero. In realtà la posta in gioco è più ampia: «Non sono i posti vuoti, ma ciò che lo Spirito dice alle Chiese».

La domanda cui rispondere è, invece, cosa aggiunge il carattere istituito a servizi, per molti versi già da tempo presenti nella vita delle comunità. Perché, in altri termini, ne abbiamo bisogno? La risposta, non scontata, è perché siamo immersi in un grande passaggio, che vive fatica di immaginazione e ritardi di presenza nelle trasformazioni in atto. Eppure il suo riconoscimento permetterebbe di dare la giusta visibilità a un frutto duraturo e stabile in grado di aprire, come si legge nella Nota della Cei, «la possibilità concreta di ridisegnare il volto delle comunità cristiane».

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