Padre Carlo Casalone, presidente della Fondazione intitolata al Cardinale, ne sottolinea la modernità del pensiero, al centro dell'incontro del 15 febbraio alla Biblioteca Ambrosiana

di Annamaria Braccini

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Il cardinale Carlo Maria Martini

Una presentazione significativa per parlare del cardinale Martini (nel giorno in cui nacque, 96 anni fa) e di sinodalità. È quella del volume Carlo Maria Martini. Sciogliere il cuore. Per essere Chiesa secondo il Vangelo (Centro ambrosiano), in programma il 15 febbraio (leggi qui). Tra i partecipanti, insieme ad altri prestigiosi relatori, il padre gesuita Carlo Casalone, presidente della Fondazione intitolata all’indimenticabile Arcivescovo di Milano. Il suo richiamo è anzitutto al primo contributo pubblicato nel saggio, relativo alla presentazione del Sinodo diocesano 47° del 1995.

Come rileggere, a quasi 40 anni di distanza, quell’esperienza di sinodalità?
Il cardinale Martini mette in luce questa modalità di procedere che si basa sull’ascolto della realtà, dei fenomeni e degli eventi che la storia ci presenta, collegandoli direttamente – lui usa l’espressione «impastandoli» -, con la Parola di Dio. Riconoscendo, quindi, in che modo vi siano corrispondenze tra l’oggi e le costanti della presenza e dell’agire di Dio nella storia, per poi arrivare a una determinazione degli orientamenti che coinvolgono non solo le singole persone, ma l’intera comunità.

Il Cardinale parla della Chiesa come di una «strada larga e accogliente, aperta e invitante», anche se ovviamente non priva di ostacoli. In questa logica il metodo che suggerisce per vivere il Sinodo diocesano anticipa temi oggi di grande attualità…
Sicuramente convocare il Sinodo 47° è stato un atto di coraggio, nato dalla consapevolezza degli aspetti positivi vissuti nel Convegno ecclesiale «Farsi prossimo», che poco meno di dieci anni prima aveva permesso di mettere in collegamento e in dialogo le diverse forze, non solo ecclesiali, ma anche, per esempio, del territorio della grande Diocesi di Milano e della società civile. Da quel Convegno si sviluppò una riflessione e una serie di iniziative che hanno avuto grande risonanza e una rilevante capacità di incidere sul tessuto ecclesiale e sociale, mettendosi al servizio gli uni degli altri. «Farsi prossimo» è stato quell’inizio incoraggiante, che ha permesso poi al Cardinale un ulteriore gesto coraggioso, che si può definire profetico in senso sinodale.

Sono passati molti anni dagli interventi che il volume raccoglie. Secondo lei, quale elemento del pensiero martiniano è più innovatore e adatto all’oggi, in questo tempo di «piccolo gregge», come avrebbe detto Martini?
Direi che il tono complessivo che emerge dal volume è estremamente attuale e può ispirare anche la nostra pratica odierna, in particolare attraverso quell’attenzione che Martini ha sempre avuto e che si esprime bene in tutti i contributi. Tuttavia, forse, in modo diciamo più marcato ed esplicito, nel commento alla parabola del Seminatore presente nella Lettera inviata nel 1987 alla Diocesi con il titolo Cento parole di comunione, in occasione del settimo anniversario della sua permanenza. Qui Martini mette in luce il rapporto che c’è tra il terreno – cioè l’essere umano con tutte le sue caratteristiche – e il seme, cioè la Parola che trova nell’incontro con il terreno la possibilità di svilupparsi e di portare frutto. Il Cardinale sottolinea in particolare l’aspetto dell’interiorità che questo tipo di rapporto comporta, insistendo, come spesso nel suo ministero, sul fatto che la Parola di Dio non è qualcosa che arriva dall’esterno e che costringe i comportamenti o la libertà, ma che è proprio attraverso le strutture della coscienza, della libertà, della responsabilità personale, che la Parola esprime tutta la sua fecondità negli esseri umani, presi sia singolarmente, sia come comunità.

Anche questo, quindi, può essere un itinerario utile per la sinodalità?
Certo, se pensiamo alla comunità come quel grande albero che nasce da questa semina, che è poi l’immagine della Chiesa che cammina insieme. Questo mi sembra un elemento fondamentale, tipicamente ignaziano. Negli Esercizi spirituali Sant’Ignazio dice che chi accompagna le persone nel cammino spirituale deve favorire l’incontro del Creatore con la creatura, lasciandoli parlare tra loro.

Martini conclude la conversazione al Consiglio pastorale diocesano dell’aprile 1989 (pubblicata al termine del testo), dicendo: «Sarebbe bello richiamare le pagine che hanno fatto la storia della nostra Diocesi sul volto fraterno di parrocchia». Sembra quasi una consegna per il futuro del cammino sinodale ambrosiano…
Si, è un lavoro che non si è fatto ancora del tutto.

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