Nella giornata diocesana del quotidiano cattolico monsignor Delpini scrive: «Mi aiuta nell’immaginare la Chiesa che siamo chiamati a costruire, è fatto per gente che vuole ascoltare ed è incline a pensare»

di monsignor Mario DELPINI
Arcivescovo di Milano

240217-003

Se tutti gridano e invadono la comunicazione con notizie clamorose, la parola che racconta la vita, la parola che condivide un ragionamento dove troverà un luogo in cui posarsi?

Io raccomando Avvenire (e quando dico Avvenire penso naturalmente anche all’allegato domenicale Milano7, che ogni settimana racconta la vita della nostra diocesi) perché ospita la parola che ascolta le vicende, esprime un punto di vista senza insinuare il sospetto che chi la pensa diversamente sia uno stupido o un malizioso.

Se le brutte notizie, l’esposizione dei “mostri” alla curiosità del pubblico invadono la cronaca nella morbosa ricerca dei particolari, quale immagine dell’umanità si stamperà nella mente della gente? La notizia ossessiva suscita una emozione talmente intensa che lo sguardo si annebbia e la realtà con la sua bellezza, le persone con la loro bontà, i germogli di bene con la loro forza promettente non si possono neppure percepire.

Raccomando Avvenire perché raccoglie dappertutto segni di speranza, insieme con grida di allarme, motivi per essere fieri di appartenere a questa umanità e un senso di urgenza nel darsi da fare per evitare l’irrimediabile.

Se vicende di popoli e notizie di guerre arrivano alla ribalta solo quando inquietano l’economia occidentale o coinvolgono cittadini italiani, come potremo farci una idea del gemito dell’umanità? L’inevitabile inganno visivo che ingigantisce ciò che è vicino e riduce a dimensioni illeggibili ciò che è lontano può essere corretto solo tenendo gli occhi aperti e ascoltando quello che la gente racconta e quello che i missionari vivono piuttosto che ripetendo i comunicati dei governi.

Apprezzo Avvenire perché offre uno sguardo sul mondo intero e raccoglie le voci di coloro che osservano la realtà dal punto di vista di coloro che la soffrono e se ne prendono cura.

Se il racconto della vita della Chiesa si riduce a riportare le notizie piccanti, le curiosità marginali, e seleziona le parole del Papa e dei Vescovi in funzione dell’effetto che si vuole produrre, come si potrà riconoscere il segno della Chiesa? La ripetizione di luoghi comuni, la riduzione a slogan di pensieri di straordinaria profondità, l’indifferenza verso eventi significativi censurati da un impassibile silenzio fa torto a un popolo numeroso, custode della speranza per tutti.

Se voglio farmi una idea di vicende, persone, tendenze, scandali di Chiesa cerco in Avvenire quello che si può dire con sincerità e rispetto, con riconoscenza e strazio.

Se dei popoli della terra si raccontano solo i costumi bizzarri, le storie complicate, le curiosità, le mete turistiche, come crescerà una stima reciproca, un desiderio di incontro? I comportamenti quotidiani nei confronti di gente che viene da altrove sono spesso condizionati da troppi pregiudizi: che si parli dell’iscrizione a scuola, di un contratto di affitto, di frequentare un locale o un quartiere c’è per alcuni una simpatia spontanea, per altri una incomprensibile antipatia.

Preferisco Avvenire perché mi è di aiuto nell’immaginare la Chiesa che siamo chiamati a costruire.

Non nascondo le mie preferenze per il quotidiano Avvenire e ne faccio motivo per raccomandare a tutti, cattolici e non cattolici, il giornale italiano di ispirazione cattolica, fatto per gente che vuole ascoltare e che è incline a pensare.

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