Capire il linguaggio sacro è il primo presupposto per accompagnarlo in modo adeguato in celebrazioni coinvolgenti e partecipate

I docenti di chitarra dei corsi Te laudamus

chitarra

Nel dibattito avviato dalla lettera dell’Arcivescovo «Cantate, cantate al Signore!», dopo le riflessioni di Guido Meregalli e suor Elena Massimi, ecco l’intervento dei docenti di chitarra dei corsi Te laudamus 

Mi viene in mente quel giorno che Ida…

Mi viene in mente quel giorno che Ida si alzò di buon mattino con l’adrenalina a mille: era il suo diciottesimo compleanno. Da molto sognava questo giorno pregustando come si sarebbe svolto e soprattutto desiderava tanto il momento in cui lo avrebbe festeggiato con i suoi più cari amici.

In effetti, proprio i suoi amici le avevano preparato una grande cena a casa di Furio, avevano apparecchiato la tavola con una bella tovaglia e piatti davvero carini, mettendo anche le candeline per fare più atmosfera. Avevano addirittura messo un foglietto con le parole del canto Tanti auguri a te, in modo che tutti gli invitati avrebbero potuto partecipare meglio e sentirsi più coinvolti.

Dopo la cena arrivò il momento tanto atteso dell’ingresso della torta con le candeline. Armido, amico di vecchia data, prese la parola e cominciò a descrivere quello che sarebbe successo: «Grazie per essere venuti a festeggiare Ida, adesso spegneremo le luci e la torta entrerà. Sulla torta troverete diciotto candeline, ciascuna candelina rappresenta un anno della vita di Ida, poi Ida le spegnerà. Le candeline spente rappresentano gli anni che sono passati …».

Armido continuò con la sua descrizione e spiegazione per una bella decina di minuti. Poi disse: «Adesso spegnete le luci, prendete il foglietto a pagina uno e mentre entra la torta leggiamo tutti insieme: tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri a Ida, tanti auguri a te!». Purtroppo Armido era l’unico che non riusciva a leggere in sincrono con gli altri (sic!) e cercava di rallentare la recitazione in modo da rendere più intenso il momento così importante. Terminata la recitazione, Armido ricominciò il pistolotto descrivendo il momento della consegna del regalo, anticipando a parole il contenuto del pacchetto, perché aveva un grande significato simbolico… e così passò un altro quarto d’ora.

A questo punto Giovanni – vedendo che la festa era un po’ spenta e noiosa – imbracciò la chitarra che aveva portato con sé e cominciò a cantare un’antica canzone che parlava del tempo che passa; Fabrizio, che non sopportava la musica antica, ma era amante del pop raffinato, cominciò a cantare una canzone di stile più moderno. Ma Fiammetta che amava il rap non ne fu molto soddisfatta e propose una sequenza di rime improvvisate, che però non lasciò molto contento Achille che invece amava l’hip hop. Quindi Achille propose una canzone hip hop che però non lasciò contento Gennarino che, se non sentiva una canzone neomelodica napoletana, non riusciva a provare nessuna emozione.

Infine arrivò Furio, che propose musica nuova con strumenti brillanti come i tamburelli, i violini… argomentando così la sua proposta: «Le feste di compleanno da sole ormai non reggono più: ci vuole una musica che sappia coinvolgere! Altrimenti sono dei mortori».

La morale

Sì, è proprio possibile. Il poco funzionamento della liturgia è spesso responsabilità nostra: pur con le più buone intenzioni nel renderla affettivamente accessibile, vaghiamo in ricerca di soluzioni a essa esterne ed estrinseche, non lasciandoci coinvolgere fino in fondo dall’incanto che quei riti e quelle parole cantate – intimamente abbracciati e indissolubili – portano con sé. Occorre sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda, capirne il linguaggio autenticamente umano e simbolico.

Anche il compleanno di Ida è un rito, anche il cantare Tanti auguri a te mentre il festeggiato spegne le candeline lo è, a tal punto che nessuno si sognerebbe di recitarlo o sentirebbe in sé l’esigenza di cambiare la melodia. In quel momento tutta l’attenzione è su Ida. Per certi versi la liturgia è fatta in maniera simile: essa è composta per lo più da canti, l’importante è non cercarne innanzitutto altri senza prima aver usato quelli di cui è costituita.

Se la diffusione del canto del Salmo (ritornello e strofe solistiche) è diventata col tempo una buona prassi delle nostre comunità, tanti passi possono essere ancora fatti nella ricerca di rendere autentiche altre parti che rischiano di subire il logorìo del ripetizionismo e dell’incoerenza rituale. Solo a mo’ di esempio si citano alcuni miglioramenti ancora attesi: la cantillazione più incisiva dei dialoghi presidenziali; il grido iniziale del Kyrie che dia conto della sua duplice natura dossologica e penitenziale; l’acclamazione all’Evangelo che faccia scattare in piedi e desti il cuore all’ascolto di una Parola sempre nuova; il canto del Santo che faccia percepire la comunione tra cielo e terra nel memoriale eucaristico; l’Amen della dossologia cantato da tutta l’assemblea, sigillo di quanto proclamato dal celebrante presidente – a nome di tutti – durante la preghiera eucaristica.

L’animatore musicale del rito è chiamato a incarnare questo tesoro rituale (pregando, formandosi, confrontandosi) nella particolare comunità in cui vive il suo ministero; quando questo accade, la gioia invade il suo cuore perché sarà Cristo a crescere e lui a diminuire.

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