Redazione
Nel 2001 è nata l’associazione onlus Laici Missionari Consolata, allo scopo di avere visibilità sul territorio e di rendere più trasparenti le attività che svolgono con i fondi che arrivano all’organizzazione. È possibile infatti sostenere progetti in Congo, Ecuador ed Etiopia attraverso adozioni a distanza o semplici donazioni. Nel 2005 questa realtà si è trasformata in associazione di volontariato.
di Luisa Bove
Risale al 1902 la partenza dei primi laici missionari della Consolata di Bevera (Lc): due ventenni destinati al Kenya. Dopo di loro moltissimi altri hanno vissuto esperienze simili in Africa, America Latina e Asia. A fine ottobre partiranno per la Colombia e l’Ecuador due coppie di sposi (una con tre bambini) che riceveranno il mandato nella Veglia missionaria; un giovane andrà invece in Congo e una famiglia a Kinshasa o in Etiopia.
Per tutti sarà applicata la convenzione Cei riferita ai “fedeli laici”, grazie alla quale la Chiesa italiana sostiene i partenti anche dal punto di vista economico con l’8×1000. «I laici non partono perché sono amici di un missionario – chiarisce padre Gianfranco Zintu, della Consolata -, ma perché inviati da una diocesi e accolti da un Vescovo. Le parrocchie nelle quali lavoriamo non sono nostre, ma appartengono alle Chiese locali».
L’impegno di questi laici ha avuto una grande evoluzione: «All’inizio partivano come “cooperanti”: se c’era bisogno di un infermiere si cercava un infermiere – dice il religioso -. Ora l’idea è quella di condividere di più la missione, curando sia la qualità professionale sia la vita con i padri della Consolata».
Quando un giovane, un adulto o una coppia si rivolge all’istituto religioso perché desidera partire in missione, viene indirizzato alla comunità dei laici della Consolata, che si preoccupa di introdurlo in un cammino di fede e di preparazione missionaria, senza dimenticare l’aspetto del discernimento.
«Oggi in Italia abbiamo diverse comunità di laici missionari – continua padre Zintu – e chi parte riceve un sostegno morale, spirituale e anche finanziario». Spesso tra i partenti ci sono persone «che hanno frequentato i nostri gruppi giovanili, sono cresciuti, si sono sposati e ora lasciano il lavoro per vivere questa esperienza». Il mandato è di tre anni rinnovabili, ma spesso la presenza dei figli costringe al rientro. Tuttavia l’impegno dei laici non si conclude quando tornano a casa, ma la loro vocazione missionaria si esprime in altre forme e modalità: «Possono impegnarsi nell’accoglienza dei migranti, nel commercio equo e solidale, nell’animazione a scuola o nei gruppi giovanili delle parrocchie».
Per i laici uno degli aspetti più problematici al momento del rientro è il reinserimento nel mondo del lavoro: c’è addirittura chi rinuncia a partire perché, dopo l’esperienza missionaria, teme di non riuscire a trovare una nuova occupazione. «Una legge che permettesse ai missionari in partenza di sospendere il rapporto di lavoro e di riprenderlo a distanza di due anni sarebbe un grande aiuto – ammette padre Zintu -. Ci guadagnerebbe anche il nostro Governo, che in questo modo dimostrerebbe di aiutare il Terzo Mondo, tanto più che si tratta di persone professionalmente qualificate».




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