Il Vicario generale colloca in un orizzonte di senso le disposizioni emanate per le celebrazioni della Settimana santa: «Allo smarrimento e alla sofferenza dell’anno scorso dobbiamo sostituire una rinnovata voglia di partecipazione alle celebrazioni»

di Annamaria BRACCINI

Palme

Una Pasqua nuova non perché cambiano regole celebrative e liturgiche, ma perché chi la vive è, nella propria fede, nuovo nel Signore. Una Pasqua, quindi, che sia veramente giorno e tempo di Risurrezione, nel quale anche tutti noi, possiamo risorgere con fiducia – dopo mesi di dolore, paure e tanti morti -, riscoprendoci in cammino sulle strade della speranza. E se l’anno scorso, in pieno lockdown, lo sconcerto fu particolarmente doloroso proprio riguardo le celebrazioni a porte chiuse nel periodo pasquale, in questo 2021 (che immaginavamo diverso) forse la situazione può farsi ancora – anzi, con maggiore consapevolezza – occasione.

È in un orizzonte di significato – che va al di là della normativa, pur necessaria, proposta dalla Diocesi sulla scorta delle recente Nota della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti con il titolo “Orientamenti per la Settimana Santa 2021” – che vanno lette le indicazioni venute dal Vicario generale, monsignor Franco Agnesi. È lui stesso, infatti, a sottolinearlo.

Con quale spirito occorre vivere la Settimana autentica?
Penso che il riferimento necessario per comprendere a pieno come disporsi sia quanto scrive l’Arcivescovo nella sua Lettera per il Tempo di Quaresima e di Pasqua. All’inizio si legge: «Vorremmo che non fosse solo una replica di abitudini acquisite: chiediamo la grazia non solo di celebrare di nuovo la Pasqua, ma piuttosto di celebrare una Pasqua nuova». Nuova, certamente, perché le modalità celebrative e di partecipazione dei fedeli saranno diverse dal consueto, ma nuova soprattutto perché vogliamo rinnovare il cuore.

In che senso?
Allo smarrimento e alla sofferenza provati l’anno scorso dobbiamo sostituire una rinnovata voglia di partecipazione alle celebrazioni. Dunque, cura per la liturgia, i canti, la preparazione dell’assemblea – come sottolinea sempre l’Arcivescovo nella sua Lettera -, ma anche per la modalità e l’atteggiamento interiore personale e condiviso con cui prendere parte ai riti, da compiere in comunità liete e grate, accoglienti e disponibili. Le doverose attenzioni igienico-sanitarie, il rispetto degli orari, le regole fissate a livello nazionale, non possono farci dimenticare il Mistero che stiamo celebrando e anzi, potremmo dire, possono divenire un aiuto per convertirsi a una maggiore scioltezza e semplicità nella preghiera e nel rendimento di grazia. Questa è l’occasione che ci viene offerta in questo tempo. Se per esempio non potremo fissare la Veglia pasquale all’ora tradizionale, non sarà un problema grave: lo sarebbe invece vivere la “madre di tutte le Veglie” con poca attenzione o svogliatamente.

Forse la situazione attuale può permettere anche un modo diverso, più empatico, di stare insieme tra cristiani, tra parrocchiani, tra i diversi componenti della famiglia e delle comunità ecclesiali?
Si. È una sfida grande. Senza dubbio non sospenderemo le celebrazioni attraverso i media, per restare accanto a quanti sono impossibilitati a partecipare; ma gli sforzi in tale ambito – ormai abbastanza sperimentato -, non possono distoglierci dall’impegno di assicurare le condizioni per il radunarsi, appena possibile, della comunità. Auspichiamo che rimanga vivo e si rafforzi, soprattutto nelle famiglie, il gusto di celebrazioni domestiche, che tuttavia devono essere vissute ogni volta nel desiderio ardente della convocazione intorno all’altare del Signore e della comunità. Per promuovere e assecondare questo desiderio, la domenica delle Palme e il giorno di Pasqua proponiamo che vi siano celebrazioni eucaristiche particolarmente attente ai ragazzi e alle loro famiglie.

 

 

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