In una conferenza tenuta al Seminario, il sociologo Franco Garelli ha rilevato che «il prete fa una scelta totalizzante, perciò è benvisto. La funzione sociale è rivalutata più di quella spirituale»

Ylenia SPINELLI

Garelli

 

Nell’ambito dell’Anno Sacerdotale, indetto dal Papa quale occasione per riflettere sull’attualità del ministero presbiterale, anche il Seminario di Milano ha voluto mettersi in discussione, interrogandosi sulla figura del prete e sul suo ruolo nella società di oggi. Lo ha fatto con il professor Franco Garelli, docente di Sociologia dei processi culturali e Sociologia delle religioni all’Università di Torino, dove è anche preside della facoltà di Scienze politiche.
«Spesso l’opinione pubblica non sa bene come interpretare la nostra vita, non sa come incrociare i nostri vissuti», ha detto il Rettore, don Peppino Maffi, introducendo lo scorso 24 ottobre a Venegono la conferenza dal titolo Mondo, sguardi sul presbitero. Rassicurante la premessa di Garelli: «Io credo che nella società pluralistica di oggi, ci sia un atteggiamento di benevolenza nei confronti della figura del prete. Anche le giovani generazioni, che non hanno sperimentato l’immagine repressiva della Chiesa del passato, la Chiesa dei “no”, sono attratti dalla figura del prete e dalla sua scelta vocazionale».
Accantonato il dibattito in campo etico, che spesso crea contrasti, l’atteggiamento della gente nei confronti della Chiesa è stato “resettato” e la figura del prete è stata rivalutata, anzi spesso supervalutata e caricata di aspettative. «In un periodo di crisi e di incertezze – sostiene il professore – e nella cultura della sperimentazione in cui siamo immersi, che invita a non fare investimenti forti che possano precludere altre opportunità, la figura del prete attrae per la scelta coraggiosa e totalizzante che comporta».
Ma a essere rivalutata è soprattutto la funzione sociale del prete, non quella spirituale, con il rischio che manchino poi nella gente i fondamenti della fede. «La domanda spirituale non è più alla base di un primo approccio con il sacerdote – spiega Garelli -. La gente ha bisogno di essere ascoltata, ha bisogno di un ambiente, come la parrocchia, in cui ricostruire legami sociali».
In Italia, infatti, a differenza che in altri Paesi europei, la figura del prete alla quale la gente fa riferimento è ancorata alla parrocchia: «La Chiesa italiana è sempre stata fedele a un cattolicesimo di popolo; mentre in Francia è più segmentata in piccoli gruppi e comunità impegnate, in Italia è attenta a comporre identità religiose e cattoliche diverse. Inoltre nel nostro Paese (con 224 diocesi per 55 milioni di cattolici, quando in Germania ce ne sono 29 per 30 milioni di cattolici), c’è un vero e proprio presidio del territorio da parte della Chiesa».
Garelli si è soffermato poi sul fatto che oggi si sta diffondendo un cattolicesimo più culturale che spirituale: «Sono in crescita i cattolici etnico-culturali, ovvero chi si identifica nel cattolicesimo per avere radici culturali e chi fa proprie le battaglie della Chiesa sui temi della vita e della famiglia». La Chiesa oggi ha dunque un’ampia capacità di incidenza, perché offre la sua proposta a persone e ambiti molto diversificati, ma la difficoltà è allora quella di fare sintesi e di esporsi ad ambivalenze. «In un contesto pluralistico, anche religioso, come quello di oggi, i preti devono essere dei mediatori», ha spiegato il docente.
Inoltre il cambiamento del ruolo del prete oggi è anche legato alla carenza di risorse: «Non si può più pensare di avere tante parrocchie con pochi abitanti: occorre ridisegnare gli spazi, senza far venir meno i legami sociali dei quali la gente ha bisogno». 

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