Una riflessione a partire dal film "Orfeo Negro" di Camus, ovvero il passaggio della stagione dell’inverno alla primavera, dalla Morte alla Vita.

di Maria Luisa Menozzi Cantele

Orfeu_Negro,_1959

Quasi alla fine dell’inverno, con la ripresa della vita nei campi, per dissodare le zolle che hanno sofferto il gelo, si preannuncia l’arrivo della primavera e questo passaggio viene festeggiato con il Carnevale.

“Semel in anno licet insanire” insegnavano i latini. Anche Sant’Ambrogio ha voluto concedere alla città di Milano quattro giorni in più per le feste. Al Museo di Milano ci sono delle tavole che rappresentano il Carnevale con i carri dei ricchi e la folla dei cittadini comuni. Successivamente, piuttosto che con le feste in piazza, il Carnevale si celebrava nei saloni dei palazzi.

Da ultimo, in mezzo alla folla dei bambini in maschera, orgogliosi degli insoliti travestimenti, hanno sfilato, per mantenere la tradizione, i carri con Meneghino e Cecca, le maschere di Milano; in realtà a me i carri sono sempre parsi mal inseriti nelle vie del centro, ad esempio Corso Vittorio Emanuele, bloccate dalla sfilata dei carri nel loro traffico quotidiano. Una pausa, ma presto superata e dimenticata, anche a causa dell’incombente lockdown.

Quello di cui desidero parlare a proposito del Carnevale è del mio film preferito, “Orfeo Negro” di Albert Camus (1959), film che amo moltissimo e che secondo me, come nessun altro testo, documenta il passaggio della stagione dell’inverno alla primavera, dalla Morte alla Vita.

È un film altamente poetico, intenso e delicato che fa rivivere il mito di Orfeo nello scenario del frenetico e lussurioso Carnevale di Rio. A Rio è già estate: le musiche sono coinvolgenti, la gente è esaltata dalla festa continua, dai balli frenetici che coinvolgono tutti, soprattutto chi abita ancora in povere capanne sulle magnifiche colline di Rio.

Orfeo, un giovane di colore che guida il tram e accompagna gli abitanti dal mare alla collina e che tutte le mattine, suonando la sua cetra, accompagna il sorgere del sole,  è il protagonista di tutte le giornate.

Orfeo ha una fidanzata piuttosto prepotente ma ecco che incontra Euridice, bellissima e dolce che subito l’affascina; è simpatia, attrazione tra i due giovani che si scatenano felici nei balli del Carnevale.

Euridice è inseguita da un personaggio misterioso: la Morte, che non la perde mai di vista anche se Orfeo, con il suo grande amore, cerca di proteggerla. La notte sorprende i due giovani, Euridice chiede aiuto ad Orfeo; con il loro grande amore, superano la notte e la Morte e sono profondamente felici. La Morte li insegue attraverso le frenetiche danze del Carnevale; Orfeo abbraccia a sé Euridice e tenta di portarla lontano, cercando rifugio nella rimessa dei tram. Euridice sbaglia e si aggrappa ai fili di alta tensione dei tram. Orfeo sopraggiunge, solleva la levetta della corrente elettrica per illuminare la stanza; è un attimo: Euridice muore fulminata, aggrappata ai fili. Orfeo disperato la raccoglie e cerca di farla tornare in vita; la cerca all’obitorio e la sua disperazione non si può misurare. Euridice, nonostante le cure di uno sciamano, non torna in vita. Orfeo, giunto in cima alla collina con in braccio Euridice, precipita lungo il pendio reggendo tra le braccia l’amata Euridice. Euridice e Orfeo non ci sono più. Ecco che, superata la notte, sul lato opposto della baia, sta sorgendo il sole con il suo inequivocabile segno di luce e di vita. Non è più la musica di Orfeo ma il “samba” dei bambini che, impossessatisi della sua cetra, lo sostituiscono e accompagnano il vivificante sorgere del sole.

La scrittura altamente poetica del film, la struggente bellezza del paesaggio, la musica espressiva e coinvolgente, fanno per me di questo film un capolavoro, capace come nessun’altra pagina di poesia e di musica di rappresentare quella che è la “tragedia degli uomini”, il passaggio dalla Vita alla Morte e il ritorno alla Vita.  

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