| 09 Ottobre 2007

L’ABBRACCIO DISPERATO DELL’ISCARIOTA

Giuda FRATELLO NOSTRO E DELL'UMANITÀ - Ecco alcuni stralci dalla provocatoria omelia del Giovedì santo 1958 dell’allora parroco di Bozzolo (Mn). Nella lettura di don Primo Mazzolari la follia dell'Apostolo che ha tradito diventa la miseria di tutti noi. Ma il peccato più grande non è tradire, è perdere la speranza nel perdono divino. di Primo Mazzolari - L’abbraccio disperato dell’Iscariota Una forza disperata spinge Giuda. La forza stolta di chi non vuol più ragionare, di chi non vuol più ascoltare, per paura forse di capire. Il Cristo quasi vacilla sotto l’urto dell’Iscariota. E si lascia stringere dal traditore, senza ricambiare l’abbraccio, lui che ha abbracciato le folle, e che dall’alto della croce continuerà ad abbracciare il mondo. Non c’è incrocio di sguardi: Gesù chiude gli occhi, mentre quelli di Giuda fissano il nulla, orbite vuote di chi non vede ormai che l’abisso. Caravaggio offre qui una delle sue prove più intense ed emozionanti, ritraendo se stesso in quell’uomo che alza la lanterna. (Caravaggio, 1598, Dublino)

| 09 Ottobre 2007

LE MANI DEL PRINCIPE DEGLI APOSTOLI

Pietro LA GIUSTA STRATEGIA DEL "VICE" - È una lettura originale quella che Erri De Luca fa della figura di Pietro al canto del gallo. Non colui al quale manca il coraggio di testimoniare, ma il "vice" che ha il compito di tenere insieme i ranghi colpiti dal tradimento e dall’arresto, anche a costo di tradire il Maestro. La sua ritirata è una scelta strategica. di Erri De Luca - Le mani del Principe degli apostoli Mette le mani avanti, Pietro, come a proteggersi, come a respingere, anche fisicamente, le accuse che gli vengono mosse. O, addirittura, quelle mani le alza in segno di resa, davanti al muso inquisitorio della megera e a quel dito puntato contro di lui quasi fosse un’arma. Quale contrasto, in questo delizioso dettaglio della Maestà di Duccio da Buoninsegna, fra l’appariscente aureola dorata del principe degli apostoli e la sua, in questo momento, misera codardia... Anche lo sguardo pare perso, acquoso di quelle lacrime che ora sono di paura impotente, ma che fra un attimo saranno di rimpianto, per la consapevolezza e l’amarezza della sua umana fragilità. Poco più in alto, infatti, il gallo si prepara a cantare. E allora tutto sarà compiuto. (Duccio di Buoninsegna, 1310 circa, Siena)